STORIA

LA LINEA GOTICA a cura di C.P.B. “Linea Gotica” (Gotenstellung) fu il nome dato dai tedeschi all’insieme di fortificazioni costruite sull’Appennino tosco-emiliano per difendere la pianura Padana dall’avanzata degli alleati da Sud. Nell’estate 1944, quando sembrava che essa dovesse essere travolta dalle truppe alleate, i tedeschi preferirono cambiarle il nome nel meno altisonante “Linea Verde” (Grune Linie) sebbene il termine Linea Gotica sia rimasto generalmente in uso. I tedeschi avevano iniziato a studiare la possibilità di fortificare l’Appennino già nell’agosto 1943, quando gli alleati stavano ancora combattendo in Sicilia, tuttavia, i lavori veri e propri iniziarono solo nella primavera 1944, sotto la direzione della organizzazione Todt. La Linea Gotica non era una linea continua di fortificazioni, ma un insieme di difese disposte in profondità sull’Appennino che sfruttavano gli elementi naturali del terreno attraversando l’Italia dalla costa tirrenica a nord di Viareggio a quella adriatica fino a Pesaro, per circa 300 km in linea d’aria. La linea comprendeva migliaia di opere campali, rinforzate in legno, pietra o cemento armato, e fossati anticarro (uno dei quali lungo 5 km presso il Passo della Futa), il tutto protetto da filo spinato e estesi campi minati. Per fortuna degli alleati, i lavori della Gotica erano molto in ritardo sulle previsioni e, al momento dell’attacco, nel Settembre 1944, l’Appennino centrale era ancora sguarnito rispetto alle coste, più vulnerabili e quindi meglio fortificate. I punti più deboli della linea erano il Passo della Futa e la costa adriatica, che quindi furono fortificate con maggiore impegno. Alla Futa, a parte il lungo fossato anticarro, vennero approntate casematte in cemento armato (in alcuni casi con torrette di carri armati Panther con cannone da 75 mm), piazzole armi e ricoveri truppe. La linea di difesa avanzata comprendeva trinceramenti difesi da filo spinato ed estesi campi minati e alla Futa vennero concentrate due delle cinque divisioni tedesche poste a difesa di tutto l’Appennino centrale. Per questi motivi, gli americani decisero di attaccare al Passo del Giogo, difeso da poche truppe e meno fortificato, ingannando i tedeschi sulle loro vere intenzioni con un forte attacco diversivo della 34° divisione di fanteria sulla direttrice della Futa, a cavallo della dorsale della Calvana e attraverso Calenzano e Barberino. Le operazioni alleate nel settore tirrenico, sotto il controllo del IV Corpo d’armata americano comprendente anche truppe del Commonwealth, assunsero carattere secondario rispetto allo sforzo a nord di Firenze e le unità schierate lungo la costa toscana condussero operazioni su scala relativamente limitata sino alla primavera 1945.

L’ATTACCO AL PASSO DEL GIOGO a cura di C.P.B. L’ordine di attacco contro il Passo del Giogo prevedeva una manovra parallela contro i rilievi ai due lati della Highway 6524 (oggi Sp 503): la catena di Monticelli a Ovest (settore della 91a divisione fanteria US) e il monte Altuzzo a Est (settore della 85a divisione fanteria US). Le unità avrebbero goduto dell’appoggio dell’artiglieria dell’intero II corpo d’armata e di un’intensa preparazione di bombardamenti aerei condotta prima in profondità, poi a ridosso del fronte. I grandi numeri non ingannino: la 5a armata americana includeva dieci divisioni da combattimento su 262.000 effettivi, tuttavia gli scontri di prima linea, le azioni decisive sul terreno, furono sostenute da unità con meno di mille uomini: poche compagnie di fanteria di qualche battaglione. Da parte tedesca la sproporzione era ancora più marcata. La sola 4a divisione paracadutisti tedesca, già sotto organico, teneva un fronte di quasi venti chilometri dalla Futa al monte Pratone, praticamente senza disponibilità di riserve. Fra i suoi uomini solo pochi erano veterani di Cassino, quasi tutti erano rimpiazzi privi di addestramento appena giunti dalla Germania, talvolta senza mai avere sparato un colpo di fucile. Le difese tedesche su Monticelli includevano postazioni in cemento armato o scavate nella roccia, e ricoveri rinforzati con legname e terra di riporto. Le linee di difesa sulla cresta erano protette da fasce di filo spinato di un metro d’altezza per cento di profondità. Le due uniche vie di approccio naturale alla cresta (due gole di un fiumiciattolo) erano state minate. Sul versante Nord la Todt aveva costruito dei ricoveri estesi per venti metri dentro la montagna (con capienza di venti uomini) e aveva scavato nella roccia un rifugio da cinquanta posti per il comando. Gli avamposti difensivi coprivano la strada statale poco oltre l’Omomorto. Sull’Altuzzo, le linee tedesche compivano un semicerchio in quota, ancorato a Ovest ad una cresta prominente che dominava la statale, e raccordato a Est con la vetta del monte (quota 926). Gli avamposti coprivano gli accessi ai massiccio sotto la cresta Ovest e sulla dorsale principale a quota 782.

L’ORGANIZZAZIONE TODT a cura di S.G. Fu costituita in Germania negli anni trenta dall’ingegnere Fritz Todt. L’organizzazione aveva lo scopo di costruire infrastrutture e sviluppò tecniche assai innovative per l’epoca. Con lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale si estese dalla Germania a tutti i paesi occupati, divenendo supporto essenziale allo sforzo bellico. Era incaricata della costruzione di installazioni militari di vario tipo, della riparazione dei danni provocati dai bombardamenti nemici e del potenziamento delle industrie utili ai fini bellici. L’organizzazione era di tipo militare e sfruttava il lavoro coatto di milioni di uomini, rappresentati da deportati, militari e civili che vennero reclutati forzatamente o sotto forma volontaria. Nei territori lungo il fiume Po l’organizzazione Todt operò soprattutto reclutando forzatamente civili, oppure offrendo, a chi poteva essere richiamato sotto le armi, la possibilità di evitare la renitenza, tramite l’adesione volontaria a far parte dell’Organizzazione.

LA VITA QUOTIDIANA DELLE POPOLAZIONI a cura di C.P.B. Come tutte le altre comunità italiane, con l’entrata in guerra nel 1940 la Toscana conobbe i lutti dei soldati morti o dispersi al fronte, il razionamento e la scarsità di tutto. Nell’estate del 1944, quando il fronte raggiunse la nostra regione, le razioni mensili di generi alimentari acquistate con la carta annonaria erano limitatissime: per esempio 180 grammi di olio e grassi e 150 grammi di carne (osso incluso). Le campagne pativano meno delle città, dove il collasso delle vie di comunicazione bombardate dagli alleati rendeva sempre più difficile trovare da mangiare, se non ai prezzi esorbitanti del “mercato nero” (un fiasco d’olio poteva costare fino a 1100 lire, un kg di zucchero 180 lire, quando un operaio guadagnava – se lavorava – sulle 3 lire l’ora), e nel giugno 1944 la mancanza di pane provocò manifestazioni di piazza in numerosi centri della Regione.

LA RESISTENZA IN TOSCANA a cura di C.P.B. La resistenza toscana ha avuto vita relativamente breve rispetto a quella dei Nord, perché la regione fu liberata entro la fine del 1944. Ciò nonostante, tra combattenti e patrioti i toscani attivi nella resistenza furono quasi 30 000. Inoltre, per la prima volta dall’inizio della campagna d’Italia gli alleati incontrarono un movimento bene organizzato politicamente e militarmente. Nel giugno 1944 il Comitato Toscano di Liberazione Nazionale (CTLN) composto dai partiti antifascisti si proclamò organo di governo legittimo della regione, decidendo che le forze partigiane avrebbero dovuto prendere il controllo delle città liberate prima delle truppe alleate, per insediarvi un’amministrazione italiana. L’obiettivo fu spesso raggiunto, come nel caso emblematico di Firenze passata sotto governo dei CTLN l’11 agosto 1944, nonostante che gli alleati avessero ordinato il disarmo dei partigiani la settimana prima: ordine revocato di fronte alla ferma determinazione dei partigiani stessi, che minacciarono di opporvisi con le armi.